14 Gen Intervista con Simona Zandonà, responsabile Diversity & Inclusion
Vedere Simona Zandonà intervenire ad una tavola rotonda, un convegno, il lancio di un’iniziativa è sempre arricchente e d’ispirazione. Ti viene subito voglia di metterti in gioco, di implementare le sue intuizioni nel tuo luogo di lavoro, di discutere di temi simili con colleghi ed amici. Il vento della trasformazione l’attraversa. Il suo carisma, la sua energia magnetica, il talento di trasferire messaggi importanti la rendono una sorgente di nuove idee e progetti per un futuro più inclusivo e più accogliente. Dopo un’iniziale formazione in architettura e design, consegue una laurea in Scienze Sociali e due master in Positive Organization, con una certificazione in Chief Happiness Officer ed in Conflict Navigator con il Modello O.A.S.I. Dopo un’esperienza di oltre 20 anni, durante i quali ha progettato e realizzato piani di welfare, wellbeing e piani DEI in azienda, ha focalizzato l’attenzione sui servizi di people caring, sulla parità di genere e sulla prevenzione della violenza, molestie e discriminazione all’interno dei rapporti di lavoro. Attualmente è responsabile del Wellbeing, Diversity & Inclusion del Gruppo ATM con delega sul Sistema di Gestione della Parità di Genere delle cinque società italiane. Dal 2025 è stata nominata consigliera all’interno del Consiglio Direttivo dell’Associazione PARI con una delega al Comitato Formazione.
Sei fiera del tuo lavoro? (Jasmin, 10 anni, dal progetto “Anche noi Reporter!” sostenuto da IREN)
La mia professione nasce dall’unione di diverse discipline che vanno dalle scienze sociali al people management, passando dalla Sustainability.
Penso che essere responsabile delle strategie di corporate wellbeing e di diversità e inclusione sia l’esito anche di un mio percorso formativo e trasformativo nel quale si sono intersecati mondi differenti.
Dopo un percorso artistico con un focus sul design, inizio un percorso dedicato alle scienze sociali con in parallelo anni di volontariato con una ONG che stava avviando una riserva protetta in Amazzonia, nella parte del Rio delle Amazzoni, dove vivevano decine di Caboclos di cui la metà bambini. Trascorro dei mesi in foresta e a volte rimango nel villaggio senza nessun occidentale ad operare con me sui progetti sulla salute delle donne e dei bambini. In quei primi anni capisco quanto generare valore sociale sia per me una fonte di motivazione e di interesse a connettere e innovare.
Dopo qualche anno in ambito welfare pubblico e terzo settore (associazioni/fondazioni) decido di entrare in un’azienda e vengo accolta in un team HR dove, sin da subito, porterò come innesto tutto il know -how dei mondi che avevo frequentato prima trasformando il tutto in corporate wellbeing a cui si è aggiunta, qualche anno dopo, la DEI.
Oggi posso definire la mia professione anche il mio IKIGAI. In giapponese ‘iki’ significa vita e ‘gai’, scopo. Quindi, alla domanda se sono fiera del mio lavoro, ti rispondo che lo sono perché faccio ciò che amo, il mio lavoro coincide anche con il mio scopo di vita ed i miei valori e mentre sostengo la felicità altrui contribuisco alla mia. Ho gioia per la gioia altrui.
Che miglioramenti hai generato con il tuo lavoro? (Alice, 10 anni, dal progetto “Anche noi Reporter!” sostenuto da IREN)
Rendo possibile l’accesso a servizi di welfare e di wellbeing a tutte le donne e gli uomini che partecipano alla vita di un’impresa e alla sua mission, prevenendo iniquità di genere, generazionali, orientamento sessuale, religioso, socioeconomico, ecc. Sostengo la qualità della vita lavorativa attraverso la cura, la qualità delle relazioni di lavoro e la prevenzione e gestione efficace dei conflitti che possono sorgere durante le attività professionali nelle varie forme di violenza, discriminazione molesti (compresa quella sessuale).
C’è qualcosa che gli altri non sanno di te? (Domanda estratta da “L’Età di mezzo” progetto Pilota Reggio Emilia)
Avrei voluto fare anche la designer/architetto. La mia più profonda natura è quella di creare spazi belli capaci di unire l’arte, la natura e l’architettura con lo scopo di facilitare la condivisione, la partecipazione e la creatività generativa tra le persone favorendo il loro stare bene, lavorativamente e non solo, insieme. Aver vissuto dei periodi da sola nella foresta e nei villaggi senza alcun bene materiale se non l’essenziale ha reso chiara in me la consapevolezza del valore inestimabile della relazione tra due o più persone e ancor di più quando c’è uno scopo alto da raggiungere insieme.
Qual è il lavoro che non faresti? (Aurora, 10 anni, dal Progetto 1, 2, 3, Storia!©” | Libricino dei mestieri 2025)
Un lavoro in grado di generare molti, molti guadagni a discapito, però di qualcun altro o qualcos’altro. Per esempio, penso ai lavori dove vengono sfruttate le persone, gli animali, i vegetali ed i minerali. Non baratterei mai la mia eticità con un lavoro che mi rende ricca economicamente. Mi interessano più gli effetti che genero con le mie azioni che i guadagni e privilegi che potrei avere colludendo con scelte inique.
Come valorizzare la diversità, in azienda e altrove, come leva per l’innovazione? (Domanda della fondatrice di BET SHE CAN, Marie-Madeleine Gianni)
Prima di addentrarmi nella risposta, visto che si parla sempre dell’acronimo DEI, serve chiarire la differenza tra Diversità che riguarda l’eterogeneità delle persone, l’Equità che significa garantire giustizia e imparzialità a tutti e l’Inclusione che è la creazione di una cultura che faccia sentire tutti rispettati e parte del gruppo.
La diversità è oggi un approccio strategico che consente alle aziende di essere un ecosistema aperto e dinamico nel quale ciascuno può evolvere apprendendo dagli altri. Questo è possibile se però sappiamo come creare ambienti arricchenti, giusti e accoglienti, nei quali l’unicità e le differenze possano essere valorizzate ma anche garantendo uguali possibilità a tutti e a tutte. In questo modo le imprese possono crescere e innovare grazie alla partecipazione di tutte e tutti. Per fare questo serve:
– Innovazione e crescita continua: più prospettive diverse ci sono all’interno dei team e più la creatività è stimolata e con essa la risoluzione dei problemi.
– Capacità di attrarre e far emergere il talento di ciascuno rendendo l’esperienza di lavoro positiva e arricchente per tutti e migliorando la reputazione aziendale in modo concreto e reale.
– Sentirsi ingaggiati e influenzatori positivi nel raggiungimento dei risultati dell’azienda. Questo fa sentire le persone ‘viste’, felici, motivate e produttive.
– Considerare clienti e tutta la supply chain destinatari e fruitori delle politiche DEI comprese le policy e procedure per la prevenzione della violenza, molestie e ogni forma di discriminazione.
Per realizzare tutto ciò serve una governance, piani strategici e politiche di non discriminazione e di pari opportunità, formazione manageriale e percorsi di carriera equi. Aumento della diversità nelle assunzioni e nelle promozioni, programmi di sensibilizzazione e creazione di gruppi di risorse per dipendenti, miglioramento della comunicazione interna e monitoraggio delle metriche DEI. In un mondo sempre più interconnesso lavorare sulla DEI all’interno delle organizzazioni del lavoro agevola la crescita, l’innovazione e migliora la resilienza, sensibilità e sostenibilità dell’intero sistema umano. La diversità comprende i fattori che influenzano le identità e le prospettive che le persone apportano quando interagiscono sul lavoro. Può essere di supporto allo sviluppo di ambienti e pratiche di lavoro che incoraggiano l’apprendimento dagli altri per acquisire prospettive diverse sull’inclusività. Le dimensioni della diversità comprendono le caratteristiche demografiche e altre caratteristiche personali della forza lavoro, per esempio età, disabilità, sesso, orientamento sessuale, genere, identità di genere, razza, colore, nazionalità, origine etnica o nazionale, religione o credenza, nonché caratteristiche legate al contesto socio-economico. Alcune delle parole chiave che oggi sono entrate più che mai nel vocabolario delle aziende che intendono impegnarsi concretamente nel promuovere una cultura aziendale rispettosa e capace di valorizzare le potenzialità di ciascuno, sono: responsabilità, impatti, pregiudizi, gender gap, lavoro dignitoso, diversità, ERG, parità, equità, imparzialità, cultura dell’inclusione, stakeholder, comportamenti etici, impatto, intersezionalità, change agent, champion ed ambassador. Sono felice di poter contribuire, col mio piccolo pezzo, ad un cambio di paradigma così significativo che avrà i suoi effetti soprattutto sulle prossime generazioni. Tutti insieme possiamo generare quel terreno fertile necessario per piantare nuove foreste relazionali e con essa nuovi costrutti sociali utili e sempre più equi.
Cosa pensi di BET SHE CAN?
È una realtà visionaria e al tempo stesso innovativa perché ha la visione di unire mondi apparentemente separati e distanti. Unire il percorso di vita delle giovani bambine, con il mondo delle organizzazioni del lavoro, oltre che un salto quantico, consente di accelerare tempi e modi di unione dei due mondi. BET SHE CAN è un simbolo che rappresenta la fiducia ed il coraggio di pensare bene, prima e in grande. Non a caso in greco “simballo” significa unire.

Accompagna la crescita di bambine e ragazze nella fase della preadolescenza attraverso strumenti di supporto allo sviluppo della consapevolezza di ciò che sono e di ciò che vogliono essere, fino alla libertà nelle loro scelte e azioni.