Intervista con Isabella Colombo, Business Developer di IDEM

Isabella Colombo è una persona eclettica e solare. Crede nei percorsi che riescono a connettere lavoro, persone e territori. Dopo la formazione in Giurisprudenza e Management, ha vissuto diverse esperienze all’estero che hanno ampliato il suo sguardo e rafforzato il valore dell’incontro tra culture diverse. Da oltre dieci anni lavora come Project e Sales Manager, accompagnando progetti e collaborazioni con un approccio pragmatico ma profondamente umano, orientato alla semplificazione e al dialogo tra competenze diverse. Oggi è Partnership Manager and Business Developer di IDEM | Mind the Gap, start up universitaria nata nel 2020 dalla collaborazione tra docenti, ricercatrici e ricercatori dell’Università di Modena e Reggio Emilia, della Fondazione Marco Biagi e JobPricing, società di consulenza e sede dell’Osservatorio sulle dinamiche salariali del mercato del lavoro italiano: promuove la parità, valorizzando le differenze e accompagnando il cambiamento culturale nei luoghi di lavoro attraverso un approccio data-driven. Colombo crede nel valore sociale dell’impresa e in uno sviluppo sostenibile, attento alle persone e ai territori.
La sostenibilità e lo yoga, che pratica e insegna, sono parte integrante del suo modo di vivere e lavorare, come strumenti di equilibrio, ascolto e consapevolezza.

Di cosa ti occupi e quali obiettivi pensi di aver raggiunto? (Elena, 11 anni, dal Progetto 1, 2, 3, Storia!©” | Libricino dei mestieri 2025 )

Gestisco l’area commerciale di una start up che si occupa della parità di genere in azienda. Questo lavoro per me è un po’ il coronamento di un percorso che è iniziato subito dopo l’università. Per tanti anni, circa una decina di anni, ho lavorato come commerciale estero in realtà della metalmeccanica, dell’alimentare, interfacciandomi con varie culture. Questo di sicuro per me è stato un motivo di gioia, di crescita,  conoscere sempre persone nuove e vedere anche un po’ al di là del mio orticello, come funzionano un po’ le cose al di fuori dell’Italia. Questo per me è stato fondamentale.
Quando poi sono rientrata in Italia, mi sono sentita un po’ spaesata, calata in un ambiente che non riconoscevo. Ho attraversato un periodo di crisi e di dubbio che ho superato grazie ad un percorso di coaching: ho maturato così la convinzione che dovevo riuscire a far coincidere il mio lavoro – che consiste nel creare e nutrire relazioni – con la mia vocazione personale, facendo sbocciare qualcosa che andasse aldilà del traguardo professionale. Un giorno chi mi seguiva nel mio percorso di coaching mi ha chiesto: “Ma tu, cosa vuoi fare?” ed io, senza più indugi ho risposto: “Lavorare nell’ambito della parità di genere”. Da lì a breve, un mattino, prima di uscire di casa per andare in palestra, trovo questa offerta di lavoro come commerciale per una start up… per la parità di genere!

Cosa cambieresti del tuo lavoro? (Giada, 10 anni, dal Progetto 1, 2, 3, Storia!©” | Libricino dei mestieri 2025)

Questa è una bella domanda! Mi piacerebbe che chi entra in contatto con noi non vedesse la parità di genere come un mero fine per una certificazione, ma come un obiettivo di equità sociale per una società che dia le medesime chance di carriera.

Ti capita mai di avere dubbi? (Anna, 11 anni, dal Progetto 1, 2, 3, Storia!©” | Libricino dei mestieri 2025)

Sì per fortuna che ci sono i dubbi! Riguardano sia il mio percorso personale che quello professionale. Mi chiedo: “Questo è il lavoro che farò per sempre oppure no?”. Mi rispondo che questo è di sicuro un periodo della mia vita in cui quello che faccio mi sta dando tanto, anche a livello personale. Forse fra qualche anno ripenserò a quanto ho fatto e lo trasformerò in qualcosa di nuovo che sarà il frutto del mio vissuto. I dubbi a volte riguardano proprio l’humus culturale e sociale in cui mi muovo: quello che faccio lascia davvero un’impronta reale sulle persone che lavorano in un’azienda? Io lancio un messaggio, ma mi chiedo quante sono le persone che lo intercettano e lo interiorizzano. E ricordiamoci che non tutte lo vogliono metabolizzare. Io posso agire sull’azione, ma non sulla reazione degli altri. Poi alla fine risolvo i miei dubbi dicendomi che agire è sempre meglio di non agire affatto.

Ti hai mai fatto male uno stereotipo nel profondo? (Eleonora, 12 anni, dal Progetto 1, 2, 3, Storia!©” | Libricino dei mestieri 2025)

Sì, lo stereotipo più grande che mi ha fatto male è che le donne sono deboli.
Quindi tante volte mi sono sentita debole a 360 gradi fisicamente, ma anche come persona mentalmente.
Tante volte questa cosa mi ha piegato a metà e adesso cerco di essere forte per me stessa, non per gli altri.

Come esprimi la tua immaginazione, la tua creatività? (dal libro-progetto “L’Età di Mezzo”)

La mia creatività la esprimo più che altro praticando tanto yoga – sono anche insegnante di yoga. La creatività la esprimo attraverso il corpo perché il corpo è un mezzo immediato. Attraverso il movimento del corpo riesco a far parlare anche la mente.

Cosa pensi di BET SHE CAN?

Penso che sia rivoluzionario perché per la prima volta si pensa veramente a mettere un seme fin dall’infanzia per generare poi un cambiamento. Perché spesso si punta agli adulti senza pensare che le persone adulte sono state bambine ed è proprio quando sei bambino, soprattutto nei primi anni di età, che veramente si genera una forma mentis.
Se vogliamo spezzare le catene di queste discriminazioni che possono essere di genere e non solo dobbiamo agire sui bambini, soprattutto in una nazione come la nostra che si è un po’ dimenticata di loro. In realtà sono la più grande ricchezza che ci sia: sono senza filtri, puri e liberi da tutti i tabù che abbiamo noi adulti.
Cercare di potenziare quello che è dentro di loro nelle loro anime e nelle loro menti è – secondo me – l’unica via concreta ed effettiva con cui si potrà veramente pensare a non dover più discriminare donne e uomini. La discriminazione è l’iceberg di tutte le ingiustizie.

Come mai questa passione per la parità di genere? Da dove viene? (Domanda della fondatrice Marie-Madeleine Gianni)

Questa passione per la parità di genere arriva dalla mia bisnonna materna: è stata una figura fondamentale anche se l’ho vissuta a poco. Lei dai tempi del fascismo è stata una donna che ha sempre combattuto per i propri ideali difendendo le donne anche a caro prezzo, a prezzo del carcere, a prezzo del confino – da lei poi è arrivato tutto. Diciamo che nella mia famiglia c’è sempre stata una grande sensibilità per tutti i temi della giustizia sociale: tocca tutte le persone delle fasce più povere. Fra queste le più discriminate sono purtroppo proprio le donne. Per me parlare di donne è parlare anche di tutte quelle persone che non vengono mai tenute in considerazione dalle politiche sociali e non solo, credo che sia è come un fuoco. Ecco per me la parità di genere è un fuoco che io ho dentro.