26 Mag Intervista con Eleonora Voltolina, giornalista e imprenditrice sociale
Vulcanica, caparbia, con il cuore sempre oltre l’ostacolo. Eleonora Voltolina è giornalista, attivista, imprenditrice sociale, TEDx speaker e Ashoka Fellow. É direttrice editoriale dell’associazione non-profit svizzera Journalism for Social Change e fondatrice di Repubblica degli Stagisti, web-magazine focalizzato sul miglioramento delle condizioni di accesso dei giovani al mercato del lavoro italiano, e di The Why Wait Agenda, iniziativa multilingue che affronta il tema della fertilità e della genitorialità. Fra i libri pubblicati “La Repubblica degli Stagisti – Come non farsi sfruttare” e “Se potessi avere mille euro al mese – L’Italia sottopagata” e “CRESCERE EXPAT: Famiglie italiane in giro per il mondo | La più grande ricerca mai realizzata sui genitori italiani all’estero”. Ha scritto con diverse testate giornalistiche fra cui L’Espresso, D di Repubblica e Domani.
Sei fiera del tuo lavoro? (Jasmin, 10 anni, dal progetto “Anche noi Reporter!” sostenuto da IREN)
Sono molto fiera del mio lavoro, anche se a volte è complesso spiegare cosa faccio, perché non sta dentro una sola definizione. Di base sono una giornalista: ma dopo aver finito la scuola di giornalismo, anziché iniziare a lavorare per un giornale, una tv o una radio, io ho creato dei progetti giornalistici miei sul web, per potermi dedicare ad alcuni temi che mi stanno a cuore e che mi sembrano urgenti e sottovalutati dall’opinione pubblica. Sono convinta che il giornalismo possa avere un impatto sociale: aiutare le persone non solo a conoscere cosa succede, ma anche a cambiare le cose, a migliorare il mondo in cui viviamo. Faccio un tipo di giornalismo atipico, non resto “neutrale”, anche se naturalmente rispetto in maniera rigorosa i principi etici del giornalismo – approfondisco sempre prima di scrivere o di parlare pubblicamente di qualcosa, mi assicuro di citare dati corretti, e di intervistare persone competenti che abbiano cose interessanti da dire. Il mio lavoro è molto diversificato: faccio ricerche, scrivo libri, partecipo ad eventi pubblici, promuovo iniziative politiche. Per cui negli anni, accanto alla definizione “giornalista”, se ne sono aggiunte altre: imprenditrice sociale e attivista per esempio. Sono definizioni in cui mi riconosco, e mi piace strabordare, invece di stare in una sola casella.
C’è qualcosa che gli altri non sanno di te? (dal Libro-progetto “Età di Mezzo” e progetto pilota scuole medie Reggio Emilia)
Sicuramente ci sono molte cose che gli altri non sanno di me, anche perché non sono un personaggio famoso! In generale sono una persona molto aperta e loquace, ve ne state accorgendo anche voi eh? Non ho problemi a rispondere alle domande, anche a quelle un po’ più personali; ma sono anche capace di dire “no”, se ritengo che qualcuno mi stia chiedendo qualcosa di inappropriato, o che per qualche ragione non ho voglia di condividere. La cosa bella però per me è che ci sia una persona che sa proprio tutto di me: il mio compagno di vita, mio marito. Sono stata molto fortunata ad aver incontrato una persona con cui sento di poter davvero condividere tutto, senza tenere segreti: e so che lui, anche quando non è d’accordo con me, non mi giudicherà mai con malevolenza, e sarà sempre il mio alleato numero 1.
Tu hai un’amica o un amico diversa da te? Che cosa vi distingue? (dal Libro-progetto “Volo con te”)
Questa domanda mi ha spiazzata! Perché la prima risposta che mi è venuta in mente è: no. Allora mi sono detta: aspetta, dev’essere la risposta sbagliata. Non è possibile che tu non abbia amici diversi da te. Mi sono fermata a pensare: qual è il significato profondo di questa domanda? Dove vuole andare a parare? Mi stanno chiedendo se ho una persona amica che ha un colore di pelle diverso dal mio? Un diverso orientamento sessuale? O che la pensa diversamente sulla politica, o sulla religione? O magari una persona amica che, a differenza mia, non ha figli? Alla fine della riflessione, finisco per confermare la mia prima risposta: no, non direi che ho amici diversi da me. Perché nessuno dei tipi di differenza che ho appena elencato mi farebbe dire “questo amico è diverso”. Tutti siamo diversi! L’unica cosa che posso dire è che non riuscirei ad essere amica di una persona che abbia dei valori troppo lontani da quelli in cui credo: una persona razzista, o omofoba, o misogina, per esempio. Per me l’amicizia è soprattutto condivisione dei valori più profondi; quindi, cerco di contornarmi di persone che ammiro e che hanno una visione del mondo coerente con i principi-base essenziali in cui io credo. Tutte le altre diversità vanno in secondo piano, e attraverso il confronto sento che ci si può arricchire reciprocamente.
Il progetto più difficile che hai realizzato? (Irene, 11 anni, dal Progetto 1, 2, 3, Storia!©” | Libricino dei mestieri 2025)
Non riesco a focalizzarne uno più difficile degli altri. Da quando ho cominciato a lavorare, circa vent’anni fa, ho creato vari progetti: la Repubblica degli Stagisti, The Why Wait Agenda, l’osservatorio Lo stato del lavoro. Ho realizzato una grande ricerca sulle famiglie italiane all’estero, che poi è diventata anche un libro che è uscito poco tempo fa “CRESCERE EXPAT: Famiglie italiane in giro per il mondo | La più grande ricerca mai realizzata sui genitori italiani all’estero” e proprio adesso sto facendo un’altra ricerca sulle famiglie italiane che dopo un periodo all’estero sono rientrate a vivere in Italia. Ognuno di questi progetti è un po’ “pazzo”, per qualche ragione: sono tutti incautamente ambiziosi e un po’ fuori dagli schemi – mi piace osare, e camminare su sentieri non battuti. E sono anche abbastanza caparbia, quindi di solito insisto finché non raggiungo l’obiettivo che mi ero prefissata. Nella mia vita ci sono dei progetti però che semplicemente non hanno preso il volo: penso per esempio a “Articolo 36“, un magazine che avevo creato e che non ha funzionato per il target a cui era dedicato; o alla “Stagisti Card“, una carta sconti che avevamo provato a creare tanti anni fa per le persone in stage. Ma non tutto è destinato a funzionare, e si impara anche dagli errori.
Cosa ti piace di più e cosa di meno dell’età che stai vivendo e che titolo daresti a questa fase della vita? (dal Libro-progetto “Età di Mezzo” e progetto pilota scuole medie Reggio Emilia)
Un paio d’anni fa stavo facendo un workshop durante un incontro di Ashoka, l’organizzazione internazionale di cui sono Fellow (così come lo è Marie-Madeleine Gianni, la fondatrice di BET SHE CAN), e bisognava rispondere a una domanda: “se dovessi dare un titolo alla tua autobiografia, quale sarebbe?”. Ricordo che la risposta mi venne di getto: “Not as planned“. Non come previsto. Questa definizione funziona benissimo anche per questo specifico periodo della mia vita. Per esempio, sei anni fa mi sono trasferita a vivere dal centro di Milano in una cittadina tra le montagne in Svizzera: not as planned, soprattutto se si pensa che mi sono sempre considerata una ragazza di città, e che pensavo che in una cittadina di campagna mi sarei annoiata! E invece sono felicissima di vivere qui, mi sono sentita subito accolta dalla città e dai suoi abitanti, mi sveglio la mattina sentendo il cinguettio degli uccellini e sono contenta. E poi comunque spesso viaggio per lavoro: solo che adesso la mia “base” è un posto un po’ fiabesco incastonato tra vigneti e montagne. Quando vado a incontrare i giovani nelle scuole e nelle università lo dico sempre: non abbiate paura di lasciarvi sorprendere dalla vita. Tenete saldo il timone, per dirigervi nella direzione verso la quale desiderate navigare. Ma non tenete gli occhi e le orecchie e il cuore chiusi di fronte alle sorprese che la vita può farvi. Perché anche da adulti, e perfino da vecchi, si possono scoprire nuove passioni e nuovi interessi. E chiudo facendo una confidenza: io credo che l’età sia un numero insignificante. Si può avere vent’anni e sentirsene addosso cento. O si può avere settant’anni e uno sguardo fresco e una mente aperta come quella di un bambino. Io dentro mi sento ancora la ragazza che a meno di trent’anni ha fondato la Repubblica degli Stagisti. Solo che adesso so cucinare molto meglio. E ho una figlia che ormai è quasi più alta di me!
Cosa pensi di BET SHE CAN?
Che fa un lavoro importantissimo, direi anzi essenziale, per far avanzare la parità di genere e demolire gli stupidi stereotipi che ancora frenano tante bambine e ragazze dal sognare in grande, e sentirsi libere di fare, studiare e diventare ciò che vogliono. Mi piace l’impronta gioiosa che BET SHE CAN dà a tutte le sue attività, e ammiro l’impatto sociale che genera. Sono una vostra fan, e cerco di parlare di voi ogni volta che ne ho l’occasione. Credo che sostenere pubblicamente i progetti in cui si crede, parlarne a chi potrebbe aderire e magari anche finanziarli, sia un modo per dare piccoli contributi random al cambiamento. Nessuno di noi può combattere tutte le battaglie per migliorare il mondo: è già tanto se riusciamo a concentrarci su una o due cause che ci stanno a cuore. Ma quello che ciascuno di noi può fare, con uno sforzo molto piccolo, è sostenere i tanti progetti che ci colpiscono e che ammiriamo: a volte basta condividere un contenuto online, o parlarne con qualche amico o collega, o citarli magari in un’occasione pubblica. E BET SHE CAN è uno dei progetti che ho nel cuore.
Raccontaci qualcosa di più del tuo ultimo progetto, Journalism for Social Change (Domanda della fondatrice Marie-Madeleine Gianni)
Journalism for Social Change è un’associazione non profit creata pochi anni fa per riunire e dare una casa comune a tutti i progetti che ho fatto partire negli anni. Si basa sul concetto cui facevo cenno nella prima domanda: che il giornalismo possa essere usato per rispondere alle sfide contemporanee in un’ottica di innovazione sociale, creando spazi di informazione e divulgazione e diffondendo idee e iniziative che abbiano un impatto positivo e promuovano, grazie a una maggiore consapevolezza sia dei decisori sia dei cittadini, la presa di coscienza di un problema e le sue possibili soluzioni. Oggi Journalism for Social Change racchiude vari progetti: Repubblica degli Stagisti, il più longevo (esiste dall’ormai lontano 2009!), attraverso cui porto avanti battaglie per i diritti degli stagisti, e in generale informazione di qualità sul tema dell’occupazione giovanile; The Why Wait Agenda, che si focalizza sul problema del “fertility gap” (cioè il fatto che in Europa e praticamente in tutto il mondo le persone fanno meno figli di quelli che desiderano fare) prendendo in considerazione a 360° i tanti fattori che contribuiscono a creare questo divario, e formulando proposte per migliorare le leggi e cambiare la percezione sociale e culturale della natalità e della fertilità, spingendo per una visione più paritaria anche delle attività di cura. E poi, ultimo arrivato, l’osservatorio Lo stato del lavoro, che vuole sviluppare un nuovo modo per approfondire i grandi temi e problemi del mercato del lavoro italiano e internazionale discutendone con chi ne ha esperienza sul campo, e anche qui formulando proposte da sottoporre ai politici. Tutti questi progetti hanno come fil rouge l’obiettivo di avere un impatto sociale. Spero di poter continuare a creare alleanze costruttive, e che le proposte che lanciamo con questi progetti trovino gambe su cui camminare per andare lontano!

Accompagna la crescita di bambine e ragazze nella fase della preadolescenza attraverso strumenti di supporto allo sviluppo della consapevolezza di ciò che sono e di ciò che vogliono essere, fino alla libertà nelle loro scelte e azioni.